Vitaliano I Borromeo continuò i commerci dello zio aprendo due nuove filiali della banca a Burgos e a Barcellona e nel 1416 acquistò la cittadinanza milanese venendo creato nel 1418 tesoriere del ducato di Milano. Vitaliano inoltre nel 1432, fortificò il suo palazzo fuori città (l’attuale castello di Peschiera Borromeo) e tra il 1439 e il 1440, gli furono concessi dal Duca di Milano, Filippo Maria Visconti vari feudi, tra cui quello di Arona sul Lago Maggiore, sul quale, nel 1445, gli venne concesso il titolo di Conte di Arona. Si guadagnò poi anche il favore di Francesco Sforza, che gli donò altri feudi tra cui quello di Angera nel 1449.
Da Vitaliano I discesero altri grandi personaggi della famiglia.
Il figlio di Vitaliano, Filippo Borromeo (1419-1469), venne favorito notevolmente da Francesco Sforza, che lo nominò suo consigliere di fiducia e gli consentì di aprire filiali della sua banca a Barcellona ed a Londra. Nel 1461 venne nominato Conte di Peschiera.
Il figlio di Filippo, Giovanni I “Il Giusto” (1439-1495), fu vincitore a Crevoladossola di Svizzeri e Vallesani nella battaglia presso il ponte di Crevola il 28 aprile 1487.
Nel 1497 Ludovico il Moro, elevò Angera da borgo a città e mise ivi la sede del Capitano del Lago Maggiore e concesse il diritto di mercato e due Fiere annuali. Il Moro riconobbe agli angeresi anche importanti esenzioni dai dazi sulle merci che circolavano sul lago Maggiore, a danno dei Borromeo che di tali dazi erano titolari.
Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Milano, 3 agosto1452 – Loches, 27 maggio 1508) fu duca di Bari dal 1479, reggente del Ducato di Milano dal 1480, infine duca egli stesso dal 1494 al 1499, essendo al contempo signore di Genova. Ai suoi tempi considerato l’Arbitro di Italia, secondo l’espressione usata dal Guicciardini, per via della sua preminenza politica in seguito alla morte di Lorenzo il Magnifico[1].
Dotato di raro intelletto e ambiziosissimo, riuscì, benché quartogenito, ad acquistarsi il dominio su Milano, dapprima sottraendo la reggenza alla sprovveduta cognata Bona, dappoi subentrando al defunto nipote Gian Galeazzo, che si disse da lui avvelenato. Principe illuminato, generoso e pacifico, si fece patrono di artisti e letterati: durante il suo governo Milano conobbe il pieno Rinascimento e la sua corte divenne una delle più splendide d’Europa.[2] Fu però di natura paurosa e incostante: per far fronte alle minacce del re Alfonso di Napoli, chiamò in Italia i francesi; minacciato anche dai francesi, non seppe fronteggiare il pericolo, e vi scampò solo grazie all’intervento della moglie Beatrice.[3] Morta Beatrice, entrò in depressione,[4] la sua corte si trasformò “di lieto paradiso in tenebroso inferno”,[5] ed egli soccombette infine al re di Francia Luigi XII, che lo condusse prigioniero in Francia, ove terminò miseramente i suoi giorni.[6][7]
Il giudizio dei contemporanei fu controverso: Leandro Alberti di lui scrisse: «Era di tanto ingegno, che pareva non che Italia, ma tutta Europa fosse da lui governata, onde pareva l’arbitro de tutte le cose della Christianità»,[8]mentre Paolo Giovio ne disse: «Arrecò tanto splendore et ricchezza alla Lombardia, che da tutti era chiamato edificatore della pace aurea, della pubblica sicurezza et della leggiadria».[9]
Ben diverso è il giudizio dei maggiori storici e pensatori politici del periodo, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, i quali, per motivi diversi attribuiscono al Moro la responsabilità prima della “Ruina d’Italia” giudicandolo in più luoghi delle loro opere “un uomo di stato dannoso a se stesso e al suo paese”[10], per aver irresponsabilmente assecondato la discesa in Italia di Carlo VIII, che avrebbe scatenato le Guerre d’Italia. Nelle Istorie fiorentine del 1508/9, Guicciardini raffigura Ludovico Sforza come il maggior colpevole fra tutti gli italiani della malasorte italiana[11]. Dopo essersi irrimediabilmente inimicato il re di Napoli e i Fiorentini, per assicurarsi un aiuto e vendicarsi, egli iniziò a fare patti con il re Carlo VIII di Francia («seguitava la pratica co’ franzesi»): cosa che Guicciardini commenta con le celebri parole: «Questi furono e’ princìpi e le origine della ruina di Italia[12]».
Inoltre Ludovico è spesso stato accusato di eccessiva avidità di denaro da destinare allo sfarzo della sua corte, che alla lunga lo avrebbe reso impopolare anche tra i suoi sudditi[10], e dal Machiavelli di incapacità come governante, per non aver previsto i pericoli che incombevano e non aver provveduto ad una efficace difesa del suo dominio[13]. Commentando il grande vuoto lasciato al timone della politica italiana dalla morte del Magnifico Lorenzo de’ Medici il Segretario fiorentino annota che «cominciorono a nascere quelli cattivi semi i quali, non dopo molto tempo, non sendo vivo chi li sapesse spegnere, rovinorono, e ancora rovinano, la Italia».[14]
Biografia
Infanzia
Nacque il 3 agosto 1452 a Milano, presso il palazzo del Broletto Vecchio, o, secondo un’altra tradizione, a Vigevano[15], quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti[16][17]. Tuttavia, in una prima lettera autografa, scritta all’età di 11 anni, il Moro fissa la data della sua nascita al 27 luglio 1452 e in una seconda, redatta all’età di 15 anni e più precisa della precedente, al 3 agosto 1452.[18]
“Il più sozo di tutti gli altri”

Dopo averlo partorito, la madre Bianca Maria scrisse una spiritosa lettera al marito, pregandolo di trovare al neonato un bel nome, affinché compensasse in parte “alla figura del puto, che mi è il più sozo di tutti gli altri”, intendendo dire ch’era particolarmente brutto, e forse anche di carnagione scura. Subito precisa: “sono però certa che quando il vedriti non vi parrà tropo diforme, anzi spero vi piacerà forsi tanto quanto veruno del altri”.[19][20]
Educazione
Pur essendo figlio quartogenito e dunque senza grandi speranze di ascendere alla dignità ducale, la madre volle che acquisisse una vasta cultura. Sotto la tutela di molti precettori, tra i quali l’umanista Francesco Filelfo e il poeta Giorgio Valagussa, Ludovico ricevette lezioni di greco, latino, teologia, pittura, scultura, oltre a essere istruito nelle questioni di governo e amministrazione dello Stato. Agli studi umanistici alternava l’esercizio fisico sotto forma della scrima, della caccia, della lotta, dell’equitazione, del salto, della danza e del gioco della pallacorda.[21] Cicco Simonetta lo descrive come il più versato e rapido nell’apprendimento tra i figli di Francesco Sforza che, come pure la madre Bianca, mostrava per lui una particolare attenzione. A undici anni dedicò un’orazione in latino a suo padre.[6] Durante questi anni, Ludovico risiedette, insieme ai fratelli e alle sorelle, nel palazzo del Broletto Vecchio di Milanoe nel castello Visconteo di Pavia[22].


Ludovico quindicenne intento ai suoi studi, miniatura dal Codice Sforza della Biblioteca Reale di Torino.
Nel 1464 il padre affidò a Ludovico, accompagnato dal ben più maturo figliastro Tristano, il comando di un corpo di duemila cavalieri e mille fanti che nelle intenzioni di Pio IIavrebbe dovuto sbarcare in Albania partecipare ad una crociata contro i turchi. Ludovico fu armato cavaliere dal fratello Galeazzo, ma il pontefice morì e la spedizione non ebbe mai luogo.[23]
Sotto il governo di Galeazzo Maria (1466-1476)
Quando nel 1466 morì il padre Francesco, il primogenito Galeazzo Maria divenne duca e concesse una corte personale e duemila ducati di rendita a ciascuno dei fratelli, oltre a molti feudi. Ludovico divenne conte di Mortara e Brescello e signore di Pandino, Villanova, Scurano, Bassano Bresciano, Meletole, Oleta e delle Valli di Compigino. Dopo dieci giorni era già a Cremona per mantenere unite le terre del ducato. Si occupò di missive diplomatiche sino all’anno successivo, quando si recò a Genova per accogliere la sorella Ippolita.[6]
Il 6 giugno 1468 fu di nuovo a Genova per accogliere Bona di Savoia e la scortò insieme al fratello Tristano sino a Milano dove, il 7 luglio, ebbero luogo le nozze col duca Galeazzo Maria. Fu ancora ambasciatore presso il re di Francia e a Bologna. Nel gennaio del 1471 si recò a Venezia, per conto del duca, con un ricco corteo e vi pronunciò un discorso molto ben accolto dal doge che contribuì a migliorare le relazioni diplomatiche tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia. Nel marzo 1471 accompagnò Galeazzo Maria nel suo fastoso viaggio a Firenze, passò nell’agosto a Roma per l’incoronazione di papa Sisto IV e in settembre alla corte di Torino.[6]
“Moro”: origine del soprannome

Ludovico si guadagnò sin da bambino il soprannome di “Moro”: così lo acclamava la folla quando sfilava in corteo nelle città del Ducato. “Mori” erano chiamati all’epoca gli africani e i saraceni,[24] perciò l’interpretazione più ovvia di tale soprannome è che fosse dovuto alla sua carnagione bronzea, capelli corvini e occhi neri,[25] come confermato dallo stesso cronista coevo Gian Andrea Prato:[26]
«Fu questo signor Ludovico Sforza da la negrezza del colore cognominato Moro; così appellato primieramente dal patre Francesco et Bianca matre, Duchi de Milano, ne li primi anni, mentre con lui ancora fanciullo blandamente ragionando scherzavano»
(Giovanni Andrea Prato, Cronaca milanese)
Galeazzo Maria sembrava avere per lui una predilezione particolare: nel 1471 aveva stabilito nel testamento che, morendo senza nipoti, il ducato di Milano passasse a Ludovico ancor prima che agli altri fratelli. Quest’ultimo copriva la sua nota relazione con Lucia Marliani, firmando gli atti di donazione per la contessa. Un netto cambiamento si ha nel 1476, quando egli venne inviato in Francia insieme al fratello Sforza Maria, in una sorta di camuffato esilio. Bona accusò in seguito i due cognati di aver tramato per assassinare il duca, salvo poi smentire l’accusa una volta rappacificatasi con Ludovico, di modo che non è possibile stabilire le ragioni di quell’esilio. Secondo la versione ufficiale di Galeazzo Maria, erano stati i suoi stessi fratelli a chiedergli il permesso di “andare ad vedere del mondo”.[27]
Ascesa al potere
La rivolta e l’esilio pisano (1477-1479)

L’assassinio di Galeazzo Maria avvenne poi il 26 dicembre 1476, per mano di ben altri autori. Gli succedette il figlio Gian Galeazzo, di soli sette anni. Appresa la notizia, Ludovico e Sforza ritornarono frettolosamente dalla Francia e insieme ai fratelli Ascanio e Ottaviano, nonché ai condottieri Roberto Sanseverino, Donato del Conte e Ibletto Fieschi, tentarono di opporsi alla reggenza della cognata Bona, poiché il ducato era di fatto nelle mani del consigliere ducale Cicco Simonetta. Il tentativo fallì: Ludovico fu esiliato a Pisa, Sforza Maria a Bari, Ascanio a Perugia. Ottaviano tentò invece di guadare l’Adda in piena e vi morì annegato. Roberto fuggì in Francia, Donato e Ibletto furono imprigionati.[28]
Nel febbraio del 1479 il Moro e Sforza Maria, indotti da Ferrante d’Aragonaimpegnato contro Firenze nella guerra dei Pazzi, entrarono con un esercito nella Repubblica di Genova, dove si unirono a Roberto Sanseverino e Ibletto Fieschi. La duchessa Bona di Savoia e Cicco Simonetta convinsero Federico Gonzaga ed Ercole d’Este a radunare un esercito e venire in soccorso loro dietro il pagamento di una ingente somma di denaro. Un secondo esercito alla guida di Roberto Malatesta e Costanzo I Sforza, appoggiando i fiorentini, avrebbe fronteggiato le truppe del pontefice e quelle napoletane. Il Moro e il fratello vennero dichiarati ribelli e nemici del Ducato, tuttavia già a metà maggio si stabilirono trattative di pace tra le due parti. Il 29 luglio Sforza Maria morì presso Varese Ligure, secondo molti avvelenato su commissione di Cicco Simonetta, e Ferrante nominò il Moro duca di Bari al suo posto.[29]
Rientro a Milano

Seguendo Roberto Sanseverino, il 20 agosto Ludovico riprese la marcia alla volta di Milano alla testa di un esercito di 8000 uomini, attraversando il Passo di Centocrocie risalendo la Valle Sturla. Il 23 agosto prese la cittadella di Tortona. Dopo questi successi, Cicco inviò Ercole d’Este a fermare i ribelli con le armi, tuttavia molti nobili vicini alla duchessa spingevano per una riconciliazione. Bona si lasciò infine persuadere dal proprio amante, Antonio Tassino, probabilmente in combutta col Moro, a perdonare il cognato, e così il 7 settembre Ludovico fece ingresso nel castello di Milano.[6] Cicco, conoscendo la sua scaltrezza, profetizzò alla duchessa Bona: “io perderò la testa e voi in processo di tempo perderete lo stato”.[29]
La nobiltà ghibellina milanese, che aveva quale riferimento Pietro Pusterla, cercò di convincere Ludovico a liberarsi di Cicco, rammentandogli tutte le sofferenze ch’egli e i suoi fratelli avevano dovuto patire per causa sua: l’esilio, la guerra, la morte di Ottaviano e di Donato del Conte e in ultimo l’avvelenamento di Sforza Maria, cui Ludovico era stato legatissimo. Egli però giudicava non necessario condannare a morte un uomo ormai parecchio anziano e per di più malato di gotta; Pietro Pusterla suscitò pertanto una rivolta armata contro il segretario ducale. Il Moro, temendo una sollevazione popolare, fu costretto a imprigionare Cicco e il fratello Giovanni, che furono trasferiti nelle prigioni del castello di Pavia, mentre gli altri familiari furono rilasciati.[29] Ottenuto il potere, il Moro richiamò a Milano il fratello Ascanio e Roberto Sanseverino; dopodiché inviò oratori per stringere o risaldare alleanze con Lorenzo de’ Medici, re Ferrante e papa Sisto IV, e scongiurò un’alleanza ai suoi danni tra gli svizzeri e la Repubblica di Venezia. Nel frattempo la nobiltà ghibellina, che l’aveva aiutato nella sua scalata al potere, gli era divenuta invisa e aveva trovato in Ascanio Sforza il difensore dei suoi interessi. Il Moro, persuaso dal Sanseverino, ordinò l’arresto del fratello e il suo esilio a Ferrara. Furono esiliati altrettanto Pietro Pusterla e molti illustri esponenti della fazione ghibellina.[29][30]
Un fidanzamento controverso

Ludovico progettava inizialmente di farsi duca di Milano sposando la cognata Bona, ma quest’ultima, innamorata del Tassino, pensò di liberarsene dandogli moglie.[31]Domandò perciò a suo nome ad Ercole d’Este la mano della primogenita Isabella. Ciò non fu possibile poiché era appena stata promessa ufficialmente a Francesco Gonzaga; le fu dunque proposta in cambio la secondogenita Beatrice, di cinque anni. Consultato dalla cognata solo a trattative già in atto, Ludovico non poté che mostrarsene contento; in verità lo turbava sia la grande differenza d’età (23 anni), che lo avrebbe lasciato in una condizione di elevata instabilità, non permettendogli di sperare in eredi prima di molti anni, sia l’impedimento al suo progetto di sposare, in alternativa a Bona, una delle figlie del marchese di Mantova, dal quale avrebbe avuto un appoggio immediato.[31] Il fidanzamento si prospettava comunque conveniente, in quanto Beatrice viveva a Napoli, cresciuta come una figlia da re Ferrante, e ciò significava per Ludovico un’alleanza col re di Napoli oltre che col duca di Ferrara. Ferrante acconsentì e il 30 aprile 1480 si tennero gli sponsali, ma l’ansia di assicurarsi la parentela e, probabilmente, la diffidenza verso la pessima fama del re, furono in seguito causa di litigio fra i due, in quanto Ludovico pretese che la moglie gli fosse mandata a Milano già all’età di dieci anni, mentre Ferrante non aveva alcuna intenzione di separarsi dalla bambina, anche temendo che il Moro volesse consumare prematuramente le nozze. In seguito alla reciproca minaccia di scioglimento delle promesse e alla mediazione dei genitori della bambina, si giunse infine al compromesso che Beatrice fosse educata a Ferrara.[32]
Esilio di Bona

L’arresto di Cicco aveva tolto di mezzo il principale avversario di Antonio Tassino, che divenne sempre più arrogante. Il Corio racconta che, quando il Moro o altri nobili milanesi andavano a fargli visita, era solito farli aspettare fuori dalla porta finché non aveva finito di pettinarsi. Il Tassino riuscì a convincere la duchessa Bona, ormai succube, a sostituire Filippo Eustachi, prefetto del castello di Porta Giovia, con suo padre Gabriele. Il prefetto non si fece corrompere e mantenne il giuramento fatto al defunto duca Galeazzo Maria di mantenere il castello fino alla maggiore età di Gian Galeazzo. Ludovico escogitò allora l’espediente di condurre segretamente i nipoti Gian Galeazzo ed Ermes nella Rocca del castello, col pretesto di proteggerli dall’ambizione del Tassino, e ivi convocò il consiglio.[33]
Bona fu costretta a firmare la condanna all’esilio per Antonio e i suoi familiari ma, a causa della forzata separazione dall’amante, dette segni di isteria: pretese di lasciare il ducato e minacciò il suicidio se le fosse stato impedito, cosicché Ludovico e Roberto Sanseverino si persuasero a lasciarla partire. Il 30 ottobre 1480 Cicco Simonetta fu decapitato presso il rivellino del castello di Pavia e il 3 novembre Bona cedette la reggenza al cognato, che fu nominato tutore del giovane duca Gian Galeazzo.[33]
«La Bona per la partita di costui entrò in tanta furia, che dimenticato ogni suo honore, et dignità, ancor lei deliberò partirsi, et passare oltra i monti, et da questo pessimo proposito mai non si poté rivocare; ma, scordandosi ogni filiale amore, in mano di Lodovico Sforza rinonciò la tutela dei figliuoli et dello stato.»
(Bernardino Corio, Historia di Milano.)
Nel 1481, su mandato di Bona, ci fu un tentativo di avvelenamento nei confronti di Ludovico e Roberto Sanseverino perpetrato da Cristoforo Moschioni. Seguì una seconda congiura progettata nello stesso anno ai danni di Ludovico, anche questa fallita. L’intercessione del Regno di Francia e del Ducato di Savoia evitarono a Bona lo scandalo del processo.[34] Nel 1483 vi fu l’ennesima congiura suscitata dalla duchessa, stavolta a opera di Luigi Vimercati, Pietro Pasino e Guido Eustachi, che il 7 dicembre 1483, festa di Sant’Ambrogio, si appostarono presso il portone principale della basilica dedicata al patrono. La congiura fallì poiché Ludovico, a causa della grande folla, entrò per l’ingresso secondario. Luigi Vimercati lo seguì poi fino in castello, con la scusa di dovergli parlare, ma i famigli del Moro si accorsero del pugnale del Vimercati, a causa del riflesso provocato dalla luce di un camino, e lo fecero catturare. Luigi venne decapitato e squartato, Pasino frustato e incarcerato a vita a Sartirana, Guido Eustachi licenziato.[35][36]
Alla reggenza del ducato (1480-1494)
Guerra dei Rossi

Alla fine di ottobre Roberto Sanseverino, geloso e sdegnato dalla vicinanza di Filippo Eustachi e Pallavicino Pallavicini al Moro, pretese un aumento di stipendio. Incassato il rifiuto si ritirò nel suo feudo di Castelnuovo Scrivia e iniziò a complottare contro i due con l’aiuto di Pietro II Dal Verme e di Pier Maria II de’ Rossi, signore di San Secondo. Roberto venne dichiarato ribelle e il Moro gli inviò contro un esercito al comando di Costanzo Sforza. Presto Roberto fu abbandonato da Pietro dal Verme e dagli altri suoi sostenitori e, trovandosi ormai isolato, fu costretto a fuggire a Venezia. Nel 1482, stipulata un’alleanza coi veneziani, i Rossi si ribellarono all’autorità ducale. Nel maggio del 1483 l’esercito sforzesco, guidato dal Moro, entrò di nuovo nel parmense e Guido de’ Rossi, succeduto nel mentre al padre, non potendo sconfiggerlo si rifugiò in Liguria. La rocca di San Secondo si arrese definitivamente solo il 21 giugno 1483. La vittoria milanese in questa guerra rappresentò la fine dell’egemonia dei Rossi nel parmense.[35]
Guerra di Ferrara
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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Ferrara (1482-1484).

Nel maggio del 1482 la Repubblica di Venezia dichiarò guerra al duca di Ferrara e affidò il comando dell’esercito a Roberto Sanseverino. Ludovico entrò in guerra in favore del suocero, Ercole d’Este, e inviò dapprima Federico da Montefeltro, quindi il fratellastro Sforza Secondo.[35] Nell’estate del 1483 Gian Francesco e Galeazzo Sanseverino, figli di Roberto, defezionarono dal campo veneziano per passare rispettivamente al servizio di Alfonso d’Aragona e del Moro. Ne nacque un’amicizia, quella tra Ludovico e Galeazzo, destinata a durare tutta la vita. Il 10 agosto il Moro e il fratello Ascanio marciarono alla testa del loro esercito nella bergamasca, costringendo alla resa molti castelli e minacciando la stessa Bergamo. Malgrado i ripetuti successi, nessuno degli eserciti sfruttò la debolezza veneziana per infliggere un colpo decisivo; infatti il Moro, dopo aver catturato Romano, tornò a Milano. Il 24 aprile 1484 un consiglio di guerra dei principali esponenti della lega anti-veneziana, riunitosi nel castello di Porta Giovia, deliberò di proseguire la guerra contro la Repubblica di Venezia. Tuttavia si crearono ben presto dissidi tra Ludovico e Alfonso d’Aragona, il quale aveva compreso la pericolosità del Moro e temeva volesse soggiogare il nipote Gian Galeazzo, suo genero. I veneziani, sapendo che Ludovico aveva sostenuto spese eccessive in favore del suocero, gli proposero la pace in cambio di una certa somma di denaro, a patto che il Polesinerestasse in mano loro. Ludovico accettò, nonostante la pace, firmata il 7 agosto a Bagnolo, andasse a sfavore di Ercole d’Este, che lo prese in odio.[35]
Temendo soprattutto la potenza della confinante Venezia, il Moro mantenne alleanze proficue con Lorenzo de’ Medici, con Ferrante re di Napoli e con papa Alessandro VI. Nel 1486 diede il proprio sostegno a Ferrante per contrastare la congiura dei baroni e ne ricevette in cambio il collare dell’Ordine dell’Ermellino. Nel 1487 strinse un accordo con Mattia Corvino, re d’Ungheria, per maritare la nipote Bianca Maria Sforza a suo figlio Giovanni. Nel 1489 mandò a effetto il matrimonio tra il nipote Gian Galeazzo e Isabella d’Aragona, ma la coppia dette scandalo in tutta Italia per via del fatto che per oltre un anno Gian Galeazzo rifiutò di consumare il matrimonio.[37]
Dedizione di Genova
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Ex voto alla Madonna di Ludovico reduce dalla malattia.
Nel 1487 il doge Paolo Fregoso indisse un consiglio generale, esortando i genovesi a mettersi sotto la protezione del Ducato di Milano per porre fine a nove anni di lotte intestine e potersi difendere dagli attacchi dei fiorentini.[38] Il 23 agosto furono inviati ambasciatori a Milano per giurare fedeltà al duca, ma il Moro non poté riceverli essendo gravemente malato già da giugno, con fortissimi dolori di stomaco. Questa strana malattia, che uccise in pochi giorni due suoi figli a lui carissimi – una femmina e un maschio – sarebbe stata causata, secondo alcune voci, da un avvelenamento perpetrato dal suocero Ercole d’Este.[39]
Il vuoto di potere creato dalla sua infermità portò ai primi disordini tra guelfi e ghibellini, che furono però contenuti dalla diplomazia di Galeazzo Sanseverino e Ascanio Sforza. Curato dall’archiatraAmbrogio da Rosate – il quale si guadagnò così l’eterna gratitudine e l’illimitata fiducia del Moro – Ludovico cominciò a migliorare solo nel gennaio 1488, uscendo di convalescenza alla fine di Marzo.[39]
Nell’agosto del 1488 Ibletto Fieschi e Battistino Fregoso entrarono a Genova e costrinsero Paolo Fregoso a ritirarsi nel Castelletto. Il Moro, per sedare la rivolta, inviò un esercito al comando di Gianfrancesco Sanseverino, che costrinse i rivoltosi ad abbandonare le armi. Il 31 ottobre sedici oratori genovesi riconfermarono la dedizione, giurando fedeltà al duca di Milano, e il Moro riuscì a ottenere anche Savona.[7]
Matrimonio
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Miniature dei due sposi: a sinistra, Ludovico all’età di 41 anni; a destra, Beatrice all’età di 18. Opera del Birago. Contenute nel diploma di donazione datato 28 gennaio 1494 col quale Ludovico infeuda la moglie di numerosi possedimenti. Conservato oggi alla British Library di Londra.
Nel frattempo la fidanzata Beatriceaveva raggiunto un’età consona alle nozze e il padre premeva già dal 1488 affinché si fissasse una data. Ludovico tuttavia, come informa l’onnipresente ambasciatore estense Giacomo Trotti, aveva preso presso di sé la bella Cecilia Gallerani.[40] Forse per questo motivo egli rimandò il matrimonio per tre volte, sconcertando i suoceri, i quali credettero che non intendesse più sposare loro figlia.[41] Ercole già da anni esortava il Moro a sostituirsi al nipote nel possesso effettivo del ducato di Milano,[42] a questo scopo Beatrice avrebbe dovuto procreargli al più presto un legittimo erede. Nel 1490 tuttavia, dopo tredici mesi di totale inadempienza, Gian Galeazzo consumava le nozze con la moglie Isabella d’Aragona, la quale nel giro di pochi giorni si trovò gravida. Questo evento causò da un lato l’irritazione di Ercole, dall’altro convinse il Moro della necessità di prendere moglie.[43] Le nozze furono fissate per il gennaio successivo e il 29 dicembre 1490, nel corso d’un inverno che si rivelò rigidissimo tanto da costringere all’uso delle slitte, il corteo nuziale lasciò Ferrara per condurre a Milano la promessa sposa. Il fratello Alfonso e il cugino Ercole avrebbero nella stessa occasione sposato due principesse di casa Sforza: il primo Anna Maria, nipote di Ludovico, il secondo Angela, figlia di Carlo Sforza. Il 18 gennaio 1491 Ludovico sposò Beatrice nel castello di Pavia; le nozze furono private ed estremamente modeste, tanto che gli sposi pranzarono in camere separate. Ludovico aveva infatti voluto dare meno risalto possibile all’evento, e celebrarlo a Pavia anziché a Milano, proprio per non dare l’impressione di voler prevaricare il legittimo duca Gian Galeazzo, che aveva sposato Isabella d’Aragona alcuni mesi prima.[43]

Il matrimonio fu dichiarato subito consumato, in verità rimase segretamente in bianco per oltre un mese. Beatrice non provava infatti alcuna attrazione verso il trentottenne marito, anzi mostrava di non sopportare la sua vicinanza, e si ribellava a ogni suo tentativo di possederla.[44] Ludovico ebbe rispetto dell’innocenza della sposa quindicenne e non volle forzarla, attendendo con pazienza che fosse disposta a concedersi spontaneamente, ma ciò preoccupò i suoceri di Ferrara, i quali premevano per una consumazione immediata, poiché solo così il matrimonio sarebbe stato valido.[45] Ludovico aveva optato per una strategia seduttiva, e univa a baci e carezze anche ricchissimi doni quotidiani, ma ancora a metà febbraio non era riuscito a concludere nulla: se ne lamentava con l’ambasciatore Trotti, dicendo d’essersi visto costretto a sfogarsi con Cecilia, «poiché sua molgere [moglie] cussì voleva, per non volere stare ferma»,[46] e che quando andava nel suo letto ella “mostrava non il sentire, fingendo de dormire, dicendome che la sta salvaticha et vergognosa pure al sollito”.[47] La situazione si risolse infine spontaneamente poco dopo, quando nel marzo-aprile le lettere di lamentele del Trotti si trasformarono in elogi rivolti dal Moro alla moglie.[45]Adesso egli dichiarava di non pensare più a Cecilia, ma solo a Beatrice, «a la quale el vole tutto il suo bene, et de epsa piglia gran piacere per li suoi costumi et bone maniere», lodandola perché «oltre che la era lieta de natura, la era tuta incigno [ingegno][48] et molto piacevolina et non mancho modesta».[46] Anche le lettere di Beatrice cambiarono tono ed ella si mostrava ormai soddisfattissima, forse anche innamorata, del marito che il padre le aveva scelto.[49]
Legame coniugale
Il rapporto fra i due sposi divenne ben presto idilliaco: «Il S.r Ludovico non leva quasi mai li occhi da dosso a la Duchessa de Bari» scriveva nell’agosto 1492 Tebaldo Tebaldi;[50] e già poco tempo dopo le nozze Galeazzo Visconti dichiarava: «è uno tanto amore fra loro duy che non credo che doe persone più se posano amare».[51] Ludovico era visto dedicare alla moglie baci e carezze continuate, le stava accanto “sopra el lecto” per gran parte del giorno quand’era ammalata e in una lettera scrive di lei: «essa mi è più cara che il lume del sole».[52] Arrivò perfino a costruire una carretta speciale solo per lei, per permetterle di partecipare alla caccia da convalescente.[53]
Il medico ferrarese Ludovico Carri, venuto nell’ottobre 1492 a curare Beatrice gravemente ammalata, scriveva al duca Ercole che “El Signore Ludovico la acarezza per modo che l’è uno stupore, basandola spesso, dimandandola [chiamandola] perlina mia, vita mia“, cosa che lo aveva commosso fino alle lacrime. E poi: “la acareza per modo che pare anche acarezare fina el fanzulino che l’ha nel corpo” (era infatti in attesa del primo figlio), insistendo a baciarla nonostante il pericolo del contagio. Colpito dalla ricchezza e dalla quantità dei gioielli, dei cavalli e dei fornimenti che quotidianamente Ludovico le regalava, il medico concludeva: “In summa, considerando ogni cossa cum lo amore smesurato del marito, non credo che se ritrovi al mundo una altra dona meglio maritata de epsa”.[54]Anche il maestro di musica raccontò di aver pianto dalla commozione, essendo stato testimone della grande tenerezza con cui Ludovico parlava della moglie, mentre la ascoltava suonare il clavicordo, e poiché, dopo averla baciata e abbracciata, lo aveva udito esclamare: “io mi posso chiamare il più contento homo del mondo!”[55]

Non è certo che la moglie lo ricambiasse col medesimo trasporto, e alcuni dalla freddezza del suo epistolario giudicarono di no, ma altri indizi inducono a credere di sì:[58] lo stesso Carri la vedeva reagire alle attenzioni del marito “subridendo [sorridendo] cum lui e dulcemente parlando e risguardandolo”, in modo che gli pareva un misto fra Venere e Diana.[54] D’altronde gli stessi contemporanei notavano, non senza stupore, che Beatrice lo seguiva dovunque, anche nel corso delle proprie gravidanze,[59] talvolta mettendo a repentaglio la vita,[60] al contrario della consuetudine delle donne che era, durante le assenze dei mariti, di rimanere a governare la casa. Secondo Robert de La Sizeranne ciò era dovuto all’ossessionedi Ludovico, il quale aveva trasformato la moglie in un feticcio per via della sua innata capacità di trionfare su tutto, cioè in un portafortuna a cui aveva legato tutto il proprio successo, e da cui non riusciva a separarsi per più di qualche giorno.[61]
«[…] andò all’esercito Lodovico Sforza, e con lui Beatrice sua moglie, che gli era assiduamente compagna non manco alle cose gravi che alle dilettevoli.»
(Francesco Guicciardini, Storia d’Italia.[62])

Essi costituirono, nei brevi anni che vissero insieme, un modello di coppia ideale, unita da un amore che va ben oltre la morte.[63] L’epistolario conserva momenti di grande tenerezza, come una lettera scritta alla suocera pochi mesi dopo la nascita del primogenito, in cui egli le racconta del benestare del neonato e di come “la mia consorte et io così nudino nudino se lo facemo portare qualche volta et lo tenemo in mezo a noi doi”.[64] Colpisce la premura di soddisfare la moglie in ogni suo capriccio e la preoccupazione, palesata ai suoceri, di non farle scoprire le volte in cui le mentiva, nel timore che “non me ne voria [vorrebbe] bene”,[64] nonché la massima delicatezza nel parteciparla di avvenimenti luttuosi: nel 1493 si scusava col suocero del ritardo dei lutti a Milano, in quanto attendeva un momento migliore per comunicare a Beatrice la morte della madre, e di non avergli scritto di persona perché dubitava di essere sorpreso dalla moglie. La sua emotività infatti lo infastidiva ma, non volendo rimproverarla egli stesso, scriveva in segreto ai suoceri affinché provvedessero loro, pur raccomandandogli più volte di non farne alcun accenno nelle lettere di risposta, per timore che Beatrice potesse scoprirlo. Proprio la paura di perdere quell’amore conquistato con grande fatica lo induceva a mostrarsi acquiescente in tutto.[64]
«Bramosa di potere e pronta, pur di appropriarselo, a correre e far correre tutte le avventure, dalla discesa in Italia del re di Francia alla caduta rovinosa di casa d’Aragona […] [Beatrice] aveva rivelato un carattere insospettato, una vigorosità […] indice sicuro di volontà tenacissima e di propositi fermi. E il Moro finì per amarla più di quanto si potesse prevedere.»
(Luciano Chiappini, Gli Estensi[65])
Il Ducato di Milano

Conflittualità con Isabella d’Aragona
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Gian Galeazzo e la moglie Isabella d’Aragona, dopo il fastoso matrimonio, lasciarono Milano per creare una loro corte a Pavia. Sebbene il giovane Gian Galeazzo non sembrasse per nulla interessato al governo, Isabella pretendeva che lo zio gli cedesse il potere. Nacque così immediatamente una forte conflittualità tra lei e Ludovico, ma specialmente tra lei e Beatrice, poiché quest’ultima si rivelò perfino più ambiziosa del consorte e si faceva trattare come la vera duchessa di Milano, né Isabella, “rabiosa et disperata de invidia”, poteva sopportare di vedersi superata in tutti gli onori dalla cugina.[67]
Solo la mancanza di una discendenza legittima impediva ancora a Ludovico di scalzare il nipote dal trono: nel dicembre 1491 egli condusse la moglie a vedere il Tesoro dello Stato, ammontante a ben un milione e mezzo di ducati,[68] e le promise che, se gli avesse dato un figlio maschio, l’avrebbe resa signora e padrona di tutto; viceversa, morendo lui, le sarebbe rimasto ben poco.[69] Effetto fu che, già nel gennaio 1492, Beatrice predisse all’ambasciatore fiorentino che entro un anno lei e il marito sarebbero stati duchi di Milano, e l’ostilità fra lei e la cugina si fece intensissima.[67]

Ludovico odiava, ricambiato, Isabella: la giudicava altera, maligna, invidiosa e ingrata;[67][70] soprattutto temeva una qualche ritorsione verso l’adorata Beatrice, dal momento che Isabella aveva già tentato di avvelenare Galeazzo Sanseverino proprio quando, nell’ottobre 1492, Beatrice cadde gravemente ammalata.[71]Allorché, il 25 gennaio 1493, nacque il primo figlio maschio Ercole Massimiliano, la gioia di Ludovico non ebbe limiti. Correva voce che egli intendesse nominare il figlio conte di Pavia, titolo riservato all’erede al ducato di Milano:[72] ciò spinse Isabella a richiedere l’intervento del padre Alfonso affinché al marito, ormai maggiorenne, venisse affidato il controllo effettivo del ducato. Alfonso era pronto a intervenire in difesa della figlia, ma re Ferrante non aveva alcuna intenzione di scatenare una guerra, anzi dichiarava di amare entrambe le nipoti alla stessa maniera e le invitava alla prudenza, cosicché la situazione rimase stabile sino a che il re fu in vita.[73]
Prima calata dei francesi (1494-1495)

In previsione della guerra, Ludovico si alleò con l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, dandogli in sposa la nipote Bianca Maria Sforza con la strabiliante dote di 300.000 ducati, più altri 100 000 per la propria investitura a duca di Milano; nonché col re di Francia Carlo VIII, che incitò a scendere in Italia alla conquista del regno di Napoli, che Carlo riteneva suo possesso legittimo in quanto sottratto dagli Aragona agli Angiò.[74] Nel maggio inviò Beatrice quale sua ambasciatrice a Venezia e comunicò alla Signoria, per tramite di lei, le sue pratiche segrete con l’imperatore Massimiliano, nonché la notizia segretissima appena comunicatagli che Carlo VIII, firmata la pace con l’imperatore, era risoluto a compiere l’impresa. Nonostante la Signoria non avesse alcuna intenzione di concedergli il proprio appoggio e si fosse limitata a vaghe rassicurazioni,[75] Ludovico, fierissimo dei successi della moglie, disse di voler far bestemmiare Isabella col mostrarle le lettere in cui erano descritti, poi terrorizzò un servitore napoletano, Franceschino, invitandolo, quando fosse tornato nel regno, a comunicare agli Aragona che “questo stato non ha ad essere di niuno se non de mey fioli, quali sopradicte parole disse tanto forte et cusì in collera ch’el dicto Franceschino tremava quasi”.[70] Machiavelli annota cupamente quanto fosse grave la mancanza della saggezza di Lorenzo il Magnifico, morto nel 1492: “Restata la Italia priva del consiglio suo non si trovò modo per quegli che rimasono né di empiere né di frenare l’ambizione di Lodovico Sforza, governatore del duca di Milano”[76]
Morto Ferrante il 25 gennaio 1494, Alfonso II, come suo successore, non esitò a dichiarare guerra al Moro, occupando quale primo atto di ostilità la città di Bari.[74] L’11 settembre Carlo VIII arrivò ad Asti, ricevuto con grandissimi onori da Ludovico e Beatrice, nuovamente incinta.[77] Con lui era venuto pure il cugino Luigi d’Orléans, il quale si intitolava duca di Milano iure ereditario e mirava alla conquista di quel ducato, essendo discendente di Valentina Visconti. Malgrado le latenti ostilità, i primi mesi passarono sotto il segno dell’amicizia e il Moro si servì del fascino della moglie per blandire i francesi e così distrarli.[78] Tuttavia le gelosie suscitate dal bel barone di Beauvau lo convinsero, pare, ad allontanare Beatrice da Asti.[79]
L’investitura ducale

Il 21 ottobre il duca Gian Galeazzo morì in circostanze misteriose: formalmente per un male che si trascinava da tempo e per la vita smodata che conduceva; a parere di molti contemporanei di rilievo, come Machiavelli o Guicciardini, per avvelenamento perpetrato dallo stesso zio Ludovico. Malaguzzi Valeri dissente fortemente da questa opinione, facendo notare come Ludovico si interessasse realmente del benestare del nipote, gli mandasse spesso regali e si facesse tenere costantemente informato delle cure somministrategli; che Gian Galeazzo aveva cominciato a manifestare i primi disturbi di stomaco già all’età di 13 anni e che in effetti disobbediva continuamente alle prescrizioni dei medici, tracannando vino fuor di misura e affaticandosi in continue battute di caccia e in una vita sessuale disordinata.[80]
Ludovico, che si trovava a Piacenza col re di Francia, nel giro di pochissime ore raggiunse Milano, dove riuscì a farsi proclamare duca per volontà dei nobili milanesi, a discapito del piccolo Francesco Maria, unico erede del defunto. Egli lasciò inoltre intendere che nel giro di pochi giorni sarebbe stato elevato a re di Lombardia.[81] Tre giorni dopo ripartì per Piacenza insieme a Beatrice, ormai al sesto mese di gravidanza, e raggiunse re Carlo che si era spostato a Fornovo, accompagnandolo fino in Toscana. La loro permanenza però fu breve poiché, sdegnato dall’alterigia del re, che non gli mostrava il rispetto dovuto,[82] Ludovico deliberò il 13 novembre di tornare a Milano.[83] In questo frangente maturò in sostanza la decisione di staccarsi dall’alleanza francese.[84]
Il 4 febbraio 1495 la moglie gli partorì un secondo erede: Sforza Francesco; intanto, il 22 febbraio, Carlo VIII occupava Napoli. Ludovico, che non aveva mai voluto realmente favorirlo nella conquista, quanto spaventare re Alfonso II e tenerlo impegnato su di un altro fronte, così da distoglierlo da Milano, aveva contato sul fatto che i signori d’Italia non lo avrebbero lasciato passare, cosa che invece avvenne. Seriamente preoccupato dall’eccessiva ingerenza dei francesi, egli rovesciò ancora una volta le alleanze, formando insieme alle altre potenze italiane una Lega Santa atta a scacciare gli stranieri dalla Penisola.[84]
L’assedio di Novara

Il 26 maggio arrivò l’investitura ufficiale da parte dell’imperatore, solennizzata da una grande cerimonia in Duomo.[84] Ciò avveniva in un clima di grande tensione in quanto, per il mutamento di alleanze, il duca d’Orléans era intenzionato a far valere i propri diritti su Milano. Per rispondere alle sue palesi minacce, Ludovico pensò di attaccare il suo feudo d’Asti, ma la mossa sortì l’effetto contrario: Luigi d’Orléans l’anticipò sul fatto, occupando con le proprie truppe, l’11 giugno, la città di Novara e spingendosi sino a Vigevano.[85] Ludovico s’affrettò a chiudersi con la moglie e i figli nella Rocca del Castello di Milano ma, non sentendosi ugualmente al sicuro, combinò con l’ambasciatore spagnolo di lasciare il ducato per rifugiarsi in Spagna. Come scrive Bernardino Corio, la cosa non ebbe seguito solo per la ferrea opposizione della moglie Beatrice e di alcuni membri del consiglio, che lo convinsero a desistere.[3][86]
La situazione tuttavia rimaneva critica: lo Stato era sull’orlo del tracollo finanziario, non v’erano soldi per mantenere l’esercito e si temeva una rivolta popolare. Scrive il Comines che, se il duca d’Orleans avesse avanzato solo di cento passi, l’esercito milanese avrebbe ripassato il Ticino, ed egli sarebbe riuscito ad entrare a Milano, poiché alcuni nobili cittadini si erano offerti di introdurvelo.[87] A peggiorare la situazione contribuiva l’ambiguità degli stessi condottieri del Moro e del suocero Ercole d’Este, il quale non solo rifiutava di mandare gli aiuti,[88] ma si diceva perfino che insieme ai fiorentini sovvenisse in segreto l’Orleans.[89]
Presunta infermità di Ludovico
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A questo punto le fonti divergono: a detta del cronista Malipiero, Ludovico non resse alla tensione e fu colpito (secondo le ipotesi di alcuni storici) da un ictus, poiché aveva una mano paralizzata, non usciva mai dalla camera da letto e si faceva vedere rare volte: “El Duca de Milan ha perso i sentimenti, se abandona sé mede[s]mo”.[90] Il disastro fu scongiurato dalla moglie Beatrice che, secondo Bernardino Zambotti, fu nominata per l’occasione governatrice di Milano.[91] Ella si assicurò la fedeltà dei nobili, provvide alla difesa e abolì alcune tasse in odio al popolo.[87] Una lettera di Beatrice del 17 luglio testimonia in effetti di una malattia piuttosto grave di Ludovico,[92] ma non è chiaro quando fosse cominciata, poiché dalle lettere di Giacomo Trotti risulta che ancora a fine giugno Ludovico fosse sano e che continuasse a riunire egli il consiglio e a prendere i provvedimenti, sebbene fosse disperato e a ogni occasione si ritirasse in un angolo a piangere e a dolersi “de questa soa desgratia et adversa fortuna”.[85] Secondo Francesco Guicciardini, la sua unica malattia era la paura.[93]
Provvedimenti di Beatrice


Riproduzione in argento (1989) del testone che Ludovico fece coniare nel 1497 con l’effige propria da un lato e della moglie Beatrice dall’altro, subito dopo la di lei scomparsa; uno dei primi esempi di monetazione di questo tipo, testimonianza di grande amore e ammirazione nei confronti della consorte.[94]
Se inutile si rivelò la parentela col suocero, fruttuosa fu invece l’alleanza con Venezia: questa inviò subito in soccorso Bernardo Contarini, provveditore degli stradioti, il quale giunse il 21 giugno. Poiché Galeazzo Sanseverino, suo capitano generale, indugiava, e Ludovico non era intenzionato a muoversi da Milano, la notte del 27 giugno Beatrice decise di recarsi da sola all’accampamento militare di Vigevano per supervisionarne l’ordine e animare i capitani a muovere contro il duca d’Orleans. Ella ottenne che al mattino l’esercito finalmente avanzasse e recuperasse le posizioni perdute nei giorni precedenti; era però malvista dai soldati, i quali non comprendevano perché si fosse presentata in campo la moglie, mentre il marito restava al sicuro in castello e da lì faceva i suoi provvedimenti, “con bona custodia di la persona soa”.[95] L’opinione del Guicciardini è che se l’Orléans avesse tentato l’assalto in quel momento, avrebbe preso Milano, poiché la difesa risiedeva nel solo Galeazzo Sanseverino,[93] ma la dimostrazione di forza di Beatrice valse a confonderlo nel fargli credere le difese superiori a quel che erano, cosicché egli non osò tentare la sorte e si ritirò dentro Novara. L’esitazione gli fu fatale, poiché permise a Galeazzo di riorganizzare le truppe e di circondarlo, costringendolo così a un lungo e logorante assedio.[95]
(francese)
«Loys duc d’Orleans […] en peu de jours mist en point une assez belle armée, avecques la quelle il entra dedans Noarre et icelle print, et en peu de jours pareillement eut le chasteau, laquelle chose donna grant peur à Ludovic Sforce et peu près que desespoir à son affaire, s’il n’eust esté reconforté par Beatrix sa femme […] O peu de gloire d’un prince, à qui la vertuz d’une femme convient luy donner couraige et faire guerre, à la salvacion de dominer!»
(italiano)
«Luigi duca d’Orleans […] in pochi giorni preparò un abbastanza bell’esercito, con il quale entrò a Novara e quella prese, e in pochi giorni parimenti ebbe il castello, la quale cosa arrecò grande paura a Ludovico Sforza e fu poco presso alla disperazione per la sua sorte, se non fosse stato riconfortato da Beatrice sua moglie […] O poca gloria di un principe, al quale bisogna che la virtù di una donna gli doni il coraggio e gli faccia la guerra, per la salvezza del dominio!»
(Cronaca di Genova scritta in francese da Alessandro Salvago[96])
Al campo

Ai primi d’agosto Ludovico andò con la moglie a risiedere al campo di Novara, per discutere alcune importanti questioni di guerra. In occasione della loro visita si tenne una memorabile rivista dell’esercito al completo: Ludovico, egli stesso armato, guidava ciascuna schiera al cospetto della moglie, chiedendole di volta in volta il suo parere. La sfilata fu turbata da uno sfortunato incidente: il cavallo del duca inciampò, cosa che fu giudicata di malaugurio da tutti i presenti, ma Ludovico si riprese egregiamente dicendo che ciò era tutto il male che doveva venirgli da quella guerra.[97] Il 24 settembre scoppiò poi una violentissima rissa per cause poco chiare, in seguito alla quale Francesco Gonzaga invitò il Moro a rinchiudere la moglie «ne li forzieri».[98]
«A hore due di notte, li elemani ducheschi si levò a romor con li italiani; unde tutto el campo si messe in arme, et maxime el nostro. Fo per un’hora gran tumulto, morti de tutte do parti […] et el Marchexe de Mantoa, nostro capetanio, volendo reparar a questi se amazavano, disse al Ducha: “Signor, venite a remediar”. Il Ducha rispose: “Ma, mia moier…” Et il Marchexe rispose: “Mettetila ne li forzieri!” etc. Et dicitur fo tanti morti in questa baruffa, che fo cargi 7 carri de corpi, et mandati a sepelir.»
(Marin Sanudo, La spedizione di Carlo VIII in Italia[98])
Poiché i tedeschi volevano fare “crudelissima vendetta” contro gli italiani, Ludovico supplicò Francesco di salvare Beatrice, temendo che fosse violentata o uccisa. Il marchese “cum animo intrepido” cavalcò fra i tedeschi e non senza grande fatica riuscì a mediare la pace. “El che quando Ludovico l’intese restò il più contento homo dil mondo, parendoli havere reaquistato il Stato et la vita, insieme cum l’honore la mogliere; de la qual sola più che de tutto il resto temeva”.[60]
Nel frattempo si attendeva la capitolazione del nemico, poiché la guarnigione novarese era decimata dalla carestia e dalle epidemie; lo stesso Luigi d’Orleans era ammalato di febbri malariche, ma pur di non arrendersi ogni giorno incitava i propri uomini a resistere con la falsa promessa che il re sarebbe presto giunto in loro soccorso. Ciò non avvenne ed egli dovette infine dichiararsi sconfitto, accettando il salvacondotto per raggiungere il campo di re Carlo.[99]
«Beatrice d’Este riusciva a cacciare da Novara il duca di Orleans, che se n’era impadronito, minacciando direttamente Milano su cui vantava diritti di possesso. La pace fu sottoscritta, e Carlo ritornò in Francia, senza aver tratto alcun serio frutto dalla sua impresa. Lodovico Sforza gioiva di tale risultato. Ma fu breve tripudio il suo»
(Francesco Giarelli, Storia di Piacenza dalle origini ai nostri giorni[100])
Ludovico fece coniare imprese e medaglie celebrative del suo trionfo su Novara,[101] vantandosi di essere l’Alco di Dio, il liberatore dell’Italia dai francesi.[102] La guerra fu così sospesa, ma non conclusa. Consapevole di ciò, egli cercò l’appoggio dell’imperatore Massimiliano, che nell’estate 1496 incontrò a Malles allo scopo di sollecitarlo alla conquista di Pisa, sotto occupazione francese.[103]Ancora una volta si servì della moglie per accattivarsi l’imperatore,[104] il quale infatti “a contemplation di la duchessa”[105] scese in Italia, ma la sua impresa si rivelò fallimentare.[106]
Morte di Beatrice


Cristoforo Solari, Cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, 1497-99, Certosa di Pavia
Nell’ultimo anno i rapporti fra i coniugi si erano raffreddati: le difficoltà legate alla guerra avevano da un lato conferito serietà a Beatrice, facendole perdere quell’infantile spontaneità che lo aveva fatto innamorare,[104] dall’altro messo in luce le debolezze di Ludovico, che perdette credibilità agli occhi di lei.[107] Sebbene l’amasse ancora tantissimo, egli non trovava più gusto nel sorprendere con la propria generosità una moglie che, ormai ricca e potente, non aveva più bisogno di lui, e cercava perciò sfogo nella più povera cognata Isabella e nella nuova amante Lucrezia Crivelli, dama di compagnia della moglie.[108] Beatrice, che fino a quel momento non si era mostrata gelosa dei frequenti tradimenti del marito, ritenendoli distrazioni di poco conto,[109] tentò di opporsi alla relazione, ma non vi fu modo di distoglierne Ludovico, il quale per tutto il 1496 continuò a frequentare più o meno segretamente la Crivelli, in un regime di sostanziale bigamia, tanto da ingravidare sia la moglie sia l’amante nel giro d’un paio di mesi. Beatrice reagì rifiutandogli il proprio letto e i rapporti fra i due sposi giunsero a un punto di rottura.[110] Infine, profondamente umiliata, delusa, amareggiata, soprattutto addolorata per la prematura quanto tragica morte della giovanissima Bianca Giovanna, sua amica carissima, Beatrice morì di parto nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1497.[111]
Il dolore del Moro
«Triste diventa in fine ogni cosa che fu giudicata dai mortali felice»
(Parole di Ludovico sulla morte della moglie.[A 1])
Ludovico impazzì dal dolore,[112] né mai più si riprese dalla morte della moglie, la quale era stata sino ad allora la sua forza e il suo sostegno nel governo dello Stato.[A 2][111] Egli era sempre stato convinto che sarebbe morto prima di lei e nelle sue capacità aveva riposto tutte le proprie speranze per il mantenimento dello stato durante la minorità dei figli.[A 3] Con queste poche parole, in quella medesima notte, annunciava la disgrazia al marchese Francesco Gonzaga:[A 4]
«La Ill.ma nostra consorte, essendoli questa nocte alle due hore venuto le dolie, alle cinque hore parturite uno fiolo maschio morto, et alle sei et meza rese el spirito a Dio, del quale acerbo et immaturo caso se trovamo in tanta amaritudine et cordolio quanta sij possibile sentire, et tanta che più grato ce saria stato morire noi prima et non vederne manchare quella che era la più cara cossa havessimo a questo mundo;»
(Mediolani, 3 Januarii 1497 hora undecima. Ludovicus M. Sfortia Anglus Dux Mediolani)
Le camere di Beatrice furono chiuse, ed egli non ci mise mai più piede, ma volle che tutto fosse lasciato intatto per com’era, rifiutando di spostarne il contenuto.[113] Per settimane intere rimase rinchiuso al buio nei propri appartamenti, senza voler vedere nessuno: ne uscì per la prima volta dopo un mese, e segretamente, solo per recarsi a visitare la sua tomba.[114] I suoi capelli divennero bianchi e si lasciò crescere la barba,[115][116] indossando da quel momento in poi solamente abiti neri con un mantello stracciato da mendicante.[111] Sua preoccupazione primaria divenne l’abbellimento del mausoleo di famiglia e lo stato, trascurato, andò in rovina,[86][111] proprio in un momento in cui il duca d’Orléans, spinto da un odio feroce, minacciava una seconda spedizione contro Milano.[117]


Il lutto del Moro: a sinistra, miniatura raffigurante l’atto di donazione di Ludovico al convento di S. Maria delle Grazie della Sforzesca, un tempo appartenuta a Beatrice (1497); a destra, Fra’ Luca Pacioli presenta il De Divina Proportione al duca (1498). L’uomo accanto a Ludovico, anch’esso abbrunato a lutto, è forse il genero Galeazzo, riconoscibile da quella che sembra la collana dell’ordine di San Michele. Entrambi infatti mantennero il lutto anche dopo la scadenza dell’anno canonico.
All’ambasciatore ferrarese Antonio Costabili disse che «non credeva potere mai tollerare cussì acerba piaga», e ammetteva di aver maltrattato la moglie negli ultimi tempi, cosa per cui si trovava «malcontento sino al anima». Disse che sempre aveva pregato Dio perché la moglie lo lasciasse dopo di lui, avendo riposto in lei ogni speranza per il futuro, ma poiché a Dio non era piaciuto, lo pregava e sempre lo avrebbe pregato affinché, «se possibile è che mai uno vivo possa vedere uno morto», gli concedesse la grazia di vedere Beatrice per l’ultima volta così da chiederle perdono, poiché «l’amava più che se stesso».[118] Fu poi anche in contatto con un giovane negromante ferrarese che gli assicurò di essere in grado di evocare i morti a piacimento.[119]
«E di vero la morte di Beatrice, la superba ed intelligente ferrarese, fu una grave sciagura per Ludovico il Moro. Essa era l’anima d’ogni sua impresa, era la vera regina del suo cuore e della sua corte […]. Se il duca di Bari […] riuscì a rappresentare sul teatro d’Europa una scena d’assai superiore, come fu osservato, alla condizione sua, lo si deve in gran parte a questa donna, vana femminilmente, se si vuole, e crudele, specie con la duchessa Isabella, ma di carattere risoluto e tenace, d’ingegno pronto, d’animo aperto a tutte le seduzioni del lusso e a tutte le attrattive dell’arte. Quando essa […] venne meno […] fu come una grande bufera che venne a sconvolgere l’animo di Ludovico. Né da essa ei si rimise più mai; quella morte fu il principio delle sue sciagure. Tetri presentimenti gli traversavano la mente; parevagli d’essere rimasto solo in un gran mare in tempesta e inclinava, pauroso, all’ascetismo. […] il fantasma della sua bella e povera morta gli stava sempre dinanzi allo spirito.»
(Rodolfo Renier, Gaspare Visconti[4])
Numerosi sono gli storici e i cronisti che, commossi e sbigottiti, annotano le manifestazioni di incredibile dolore che il Moro fece per questa disgrazia. Fra gli altri, il Sanudo scrive che “la qual morte el ducha non poteva tolerar per il grande amor li portava, et diceva non si voller più curar né de figlioli, né di stato, né di cossa mondana, et apena voleva viver […] Et d’indi esso ducha comenzoe [cominciò] a sentir de gran affanni, che prima sempre era vixo [vissuto] felice”.[115][117] L’anonimo ferrarese riferisce addirittura che Ludovico, durante il funerale, volle risposare la defunta come se fosse viva, a conferma delle promesse nuziali, atto che, se vero, sarebbe forse senza precedenti.[115][120] Indubbio è d’altronde che Ludovico continuasse a considerarsi ancora sposato con la moglie, e che da ciò derivasse il suo ostinato rifiuto di seconde nozze, tanto da adirarsi se qualcuno per il suo bene osava proporgliele. Quando comprese che tramavano di fargli sposare Chiara Gonzaga, le negò persino il transito per Milano.[121]
Apoteosi della moglie


La cosiddetta Ponticella di Ludovico il Moro nel Castello Sforzesco, ov’era situata la Saletta Negra. Delle decorazioni commissionate a Leonardo da Vinci non rimane che una lastra di marmo nero con una scritta in latino: «Triste diventa al suo finire ogni cosa che fra i mortali era apparsa felice».[122]
Egli decretò l’apoteosi della moglie,[115]della quale creò un vero e proprio culto: oltre a far coniare una moneta con l’effige di lei sul verso,[123] ordinò che la quasi totalità delle lastre celebrative all’interno del ducato dovesse recare l’arma e il nome di Beatrice,[115] e fece riprodurre l’effige di lei sulla corniola dell’anello col sigillo che portava al dito, in sostituzione d’una precedente testa d’imperatore romano.[115][124] Ottenne anche di poterla venerare tramite l’associazione a una ipotetica Santa Beatrice.[125] Alla sua memoria dedicò la Pusterla Beatrice, che abbellì in stile rinascimentale,[115] mentre a Cristoforo Solari commissionò un magnifico monumento funebre con le loro due figure giacenti scolpite nel marmo, dichiarando che «piacendo a Dio avrebbe un giorno riposato accanto a sua moglie fino alla fine del mondo».[126]
Per un anno intero fece voto di mangiare in piedi, su un vassoio sorretto da un servitore, e impose il digiuno a corte ogni martedì, giorno della morte della moglie.[86] In castello si fece preparare una sala tutta addobbata di nero, che fu poi nota come Saletta Negra, dove si ritirava a piangere la moglie in solitudine,[127] e dovunque si recasse voleva che i suoi alloggiamenti fossero parati di nero.[6] Ogni giorno si recava almeno due volte in visita alla sua tomba, senza mai mancare,[128] cosicché gli ambasciatori che volevano parlare con lui lo trovavano più spesso in Santa Maria delle Grazie che non in castello.[9] Anche negli istanti più critici, ovvero nel giorno della fuga da Milano, il suo ultimo pensiero fu di recarsi in visita alla tomba della moglie prima di partire.[86][129]
La caduta (1499-1500)

Fin da quello stesso gennaio 1497 Ludovico iniziò a temere di perdere lo stato,[130]ma la situazione precipitò quando, nel 1498, Carlo VIII morì senza figli e il duca d’Orleans gli succedette come Luigi XII di Francia. Egli decise allora di vendicarsi dell’umiliazione subita intraprendendo una seconda spedizione contro il ducato di Milano. Privo stavolta del valido aiuto della consorte, Ludovico non si rivelò in grado di fronteggiare il nemico.[131][132]
«Lodovico, che soleva attingere ogni vigoria d’animo dai provvidi e forti consigli della sua sposa Beatrice d’Este, essendogli stata questa rapita dalla morte qualche anno prima, trovossi come isolato e scevro di ardire e di coraggio a tal punto, che non vide altro scampo contro la fiera procella che il minacciava se non nel fuggire. E così fece.»
(Raffaele Altavilla, Breve compendio di storia Lombarda[133])
Luigi XII affidò la conduzione dell’esercito per la conquista di Milano al famoso condottiero Gian Giacomo Trivulzio, nemico personale del Moro, contro il quale meditava propositi di vendetta.[134]Durante la guerra di Pisa del 1498, poiché i pisani preferirono la tutela di Venezia, Ludovico ritirò le truppe, avendo perduto ogni speranza di potersi insignorire della città toscana.
Rovesciò quindi l’alleanza con Venezia, aiutando militarmente Firenze per la riconquista di Pisa, sperando nel sostegno della Repubblica fiorentina contro Luigi XII. La mossa si rivelò sbagliata, anzi lo privò di un prezioso alleato, Venezia, che lo aveva aiutato concretamente sin dall’assedio di Novara, non rendendogli certo l’aiuto di Firenze, di cui il Ducato di Milano era sempre stato fiero avversario.
Tutto ciò fu evidente alla Seconda discesa dei francesi in Italia: Luigi XII si alleò con Venezia, che a questo punto era desiderosa di vendicarsi del voltafaccia di Ludovico, e Gian Giacomo Trivulzio passò con l’esercitò in Italia.[132]
Fuga e breve ritorno

Ludovico preferì la fuga e insieme ai figlioletti e al fratello Ascanio si rifugiò a Innsbruck presso l’imperatore Massimiliano, lasciando Milano il 1º settembre 1499. Dei fratelli Sanseverino, Galeazzo e Fracasso lo avevano seguito, Gian Francescoera invece con un plateale voltafaccia passato al servizio del re di Francia. Subito dopo la partenza del duca, anche grazie alla rivolta del popolo milanese oppresso dalle tasse, il Trivulzio entrò trionfante a Milano.[132]
Di questo tragico avvenimento, che inaugurò un cinquantennio di guerre e invasioni straniere sulla penisola, Machiavelli incolpò direttamente Ludovico il Moro e la politica da lui portata avanti, un giudizio storico con cui furono concordi molti storici nei secoli, ma che oggi molti tendono a rivedere.[135]

Avendo saputo che la popolazione aveva ormai in odio l’oppressione straniera a causa dei soprusi dei francesi, Ludovico assoldò un esercito mercenario di svizzeri e sul principio del 1500, coadiuvato dal fratello Ascanio e dai Sanseverino, si riappropriò di Milano.[136] Qui, quasi redento, dichiarò dinanzi al popolo che adesso molto lo dilettava il “mester d’arme”, e che “li piaceva più el nome di capitanio che de signore”, quindi rivolto ad Ascanio disse: “io me fazo chosì valente homo che non me porete tener più qui!”[137]
La situazione gli si ritorse però contro durante l’assedio di Novara, quando gli svizzeri si rifiutarono di partecipare alla battaglia. Il 10 aprile, mentre travestito e mescolato alle truppe cercava di ripiegare verso Bellinzona, fu tradito da un mercenario svizzero e consegnato ai francesi insieme ai fratelli Sanseverino. Pochi giorni dopo fu catturato anche Ascanio, che aveva tentato la fuga in Germania.[136] Commenta a tal proposito Girolamo Priuli: “Il Trivulzio vedendo questi prigionieri, e massime il signor Lodovico, pensa, o lettore, che allegrezza!”[134] Subito, fatto condurre il duca alla propria presenza, Gian Giacomo gli rivolse – a detta di Andrea Prato – queste sprezzanti parole:[134]
«Or sei tu qui, Ludovico Sforza, il quale per amor d’un forastiero Galeazzo Sanseverino hai scacciato me tuo cittadino, né d’una sol volta d’avermi cacciato bastandoti, hai novamente sollicitato li animi de’ Milanesi a rebellarsi alla regia Maestà?
A che bassamente rispondendo, il principe disse, che a conoscer la causa perché l’animo si inchini ad amar uno et odia l’altro è difficil cosa […]»
(Cronaca di Giovan Andrea Prato)
Con l’arrivo dei francesi, Milano perse l’indipendenza e rimase sotto dominazione straniera per 360 anni.
Prigionia e morte
Ludovico venne condotto prigioniero in Francia, dove giunse il 2 maggio. Luigi XII, malgrado le insistenze dell’imperatore Massimiliano, non acconsentì mai a liberarlo, anzi lo umiliò col rifiutarsi anche solo d’incontrarlo, pur seguitando a trattarlo come un prigioniero speciale, permettendogli cioè di andare a pesca e a caccia e di ricevere amici. A Venezia già nel 1501 giungeva notizia che Ludovico “vazilava molto del zervello” e fosse divenuto pazzo, secondo alcuni a causa della “melanchonia”, secondo altri per finzione, onde ottenere maggior libertà.[138] Il re inviò pertanto il suo medico personale a curarlo, assieme a un nano di corte per allietarlo.[A 5] Il medico lo descrisse “macro”, con gli “occhi incavati”, ma l’anno seguente si era già adattato alla prigionia: giocava a carte, alla balestra e pescava nel fossato, essendo tornato “più grasso che mai”.[6]
Fu dapprima detenuto al castello di Pierre-Scize, quindi a Lys-Saint-Georges presso Bourges, infine trasferito nel castello di Loches nel 1504, dove ebbe ulteriori libertà sino al suo fallimentare tentativo di fuga del 1508, quando il re, offeso, dispose che fosse rinchiuso nel torrione del castello e privato di tutti i privilegi.

Qui Ludovico morì il 27 maggio 1508, assistito dai conforti religiosi.[136]
La sua salma non venne mai rimpatriata e fu sepolta a Tarascona, nella locale chiesa dei padri domenicani.
Nel 2019, durante alcuni scavi nella collegiata di Sant’Orso a Loches, sono venute alla luce alcune tombe, una delle quali potrebbe essere riferita al duca di Milano.[139][140]
Dopo la sua morte, l’imperatore Massimiliano con soldati lanzichenecchi riuscì a restituire il ducato di Milano al primogenito Ercole Massimiliano, che regnò per breve tempo come duca.
Gli succedette, anch’egli per pochi anni, il fratello Francesco II, alla cui morte senza eredi, nel 1535, Milano passò per decisione di Carlo V sotto il dominio dell’Impero spagnolo.
